Condivido con il suo permesso, l'articolo dell' appassionato coltivatore Antonino Mule', pubblicato questo mese sul giornale dei cactus distribuito in Germania, Austria e Svizzera.
Dalla semina al fiore: vent’anni di passione per Welwitschia mirabilis
L'inatteso successo dopo anni di tentativi di Antonino Mule'
La Welwitschia mirabilis è una delle specie più straordinarie del mondo vegetale: un fossile vivente nel deserto del Namib, dove le precipitazioni sono pochissime. Cresce in condizioni estreme e per secoli, avendo imparato ad assorbire l’acqua direttamente dalla nebbia che ogni mattina proviene abbondante dall’oceano Atlantico.
Coltivarla con successo in Europa è una sfida che pochi hanno portato a termine — e ancora meno sono riusciti a ottenere la fioritura e la produzione di semi.
Il mio interesse per questa pianta nasce all’inizio degli anni 2000, quando, dopo essermi trasferito da Palermo a Napoli per motivi di lavoro, ho iniziato a frequentare gli Orti Botanici di Napoli e di Portici. In Sicilia avevo sempre coltivato piante di diversi generi, favorito dal clima mite e dallo spazio disponibile, ma il trasferimento mi aveva costretto a ridimensionare questa passione per problemi di spazio ma anche del clima leggermente diverso. La visita agli orti botanici napoletani aveva riacceso in me l’entusiasmo e tra le molte piante che hanno attirato la mia attenzione, la Welwitschia mirabilis fu quella che mi colpì più di tutte. All’Orto Botanico di Napoli erano presenti solo due giovani esemplari, mentre a Portici cresceva un gruppo numeroso di oltre venti piante in piena terra, perlopiù adulte.
All’inizio la curiosità era modesta, ma con il tempo — grazie anche al confronto con i giardinieri — decisi di cimentarmi nella sua semina, così nel corso degli anni ho iniziato una lunga serie di tentativi.
I primi anni furono costellati da insuccessi: le piantine raramente superavano i due anni, spesso a causa di errori di gestione, e nonostante continui tentativi di semina, pur ottenendo molti semenzali, senza una conoscenza appropriata delle sue reali esigenze, nessuno sopravviveva a lungo.
Nel 2017, dopo una pausa di alcuni anni, decisi di riprovarci. Da una nuova semina ottenni diverse piantine, che via via si ridussero alle tre attuali. Il substrato utilizzato era semplice terra vulcanica del posto con l’aggiunta di sabbia di fiume fine, e le piante vennero inizialmente coltivate in piccoli bicchieri, in condizioni non particolarmente sofisticate ma stabili.
-- L’adattamento e la coltivazione a Napoli
Le tre piante superstiti hanno proseguito la crescita senza particolari problemi. Dalla primavera all'autunno (Aprile-Ottobre) restavano sul davanzale, esposte alle intemperie ma anche al pieno sole. In inverno le proteggevo solo dalla pioggia e dal vento con un foglio di plastica che chiudeva parzialmente la finestra, lasciando sempre una buona aerazione. A Napoli, classificata in zona climatica USDA 10a, le temperature raramente scendono sotto lo zero (minime invernali medie intorno a +4°C, quindi non ho mai avuto danni, se non un leggero imbrunimento delle foglie nei mesi più freddi. Tuttavia nei primi anni e solo durante i periodi più rigidi, le spostavo temporaneamente in casa, dietro il vetro di una finestra.
Un aspetto che non ho mai trascurato è stata l'irrigazione: anche in inverno le piante ricevono acqua una o due volte al mese, aumentando progressivamente fino ad irrigazioni quasi quotidiane in estate. Dalla primavera all'autunno lascio spesso un po' d'acqua nel sottovaso, attendendo che si asciughi completamente prima di bagnare di nuovo.
Per quanto riguarda la concimazione, ho sempre adottato un metodo empirico ma costante, utilizzando un comune concime liquido bilanciato per piante verdi (NPK 7-3-6), somministrato in media una volta al mese — talvolta anche settimanalmente a dosaggio ridotto, nei periodi di crescita attiva.
-- Il rinvaso e la sorprendente fioritura
Rinvaso, Substrato Definitivo e Induzione alla Fioritura
Nella primavera del 2023 ho deciso di rinvasare le tre Welwitschia, ormai chiaramente costrette nei loro contenitori originali. Ho utilizzato vasi rettangolari, alti circa 45 cm e larghi 20×25 cm, che garantiscono un adeguato sviluppo dell'apparato radicale, con numerosi fori di drenaggio.
Il substrato è stato preparato con cura: una miscela complessa e a granulometria grossolana, composta prevalentemente da inerti minerali quali pomice, lapillo, zeolite, perlite, sabbia di fiume, terriccio universale, bentonite, carbone vegetale e quarzo, poi adattata anche per le semine successive ma con una granulometria e proporzioni ovviamente differenti. Nel substrato ho aggiunto anche una piccola quantità di concime a lenta cessione arricchito di microelementi.
L'obiettivo era replicare la forte aerazione e il drenaggio rapidissimo del suo habitat naturale.
Non so se sia stato proprio il rinvaso a stimolare le piante, ma in quella primavera una di esse fiorì per la prima volta, era un maschio. L’anno seguente toccò alla seconda, un altro maschio, e infine, nella scorsa primavera, anche la terza ha prodotto una infiorescenza, questa volta la femmina.
La mia emozione è stata grandissima.
Vedere fiorire le mie Welwitschia dopo quasi vent’anni di tentativi è stato un evento unico ed indimenticabile, e la vera sorpresa è arrivata quando ho deciso di provare a impollinarle manualmente.
--- L’impollinazione e la produzione dei semi
Inizialmente ho utilizzato un piccolo pennello, ma il polline che riuscivo a raccogliere era scarso. Ho allora provato con le dita: il polline aderiva bene alla pelle, e potevo distribuirlo più facilmente sui pistilli delle infiorescenze femminili, che, esterne al cono, terminano con una piccola goccia vischiosa. Ho ripetuto l’operazione più volte nel corso di alcune settimane, fino a essere certo di aver compiuto al meglio il mio “dovere di impollinatore”.
Dopo circa due mesi ho notato che uno dei coni femminili cominciava ad allargare le sue squame, queste iniziavano a seccare e al tocco scricchiolavano. Così per evitare che i semi si disperdessero per il vento, ho ricoperto tutti i coni con una rete di plastica leggera. Poco dopo, anche gli altri coni hanno iniziato a seccarsi completamente, segno che i semi all’interno erano maturi: così qualche giorno prima che arrivassero dei temporali ho raccolti i coni e con grande emozione ho iniziato a sgranarli, separando così i semi dalle squame, uno ad uno, sistemandoli in una cassetta e lasciati ad asciugare in casa.
Da quattro coni ho raccolto 140 semi di cui solo 20 non fecondati.
L’avere ottenuto i semi da piante che io ho seminato è stata, senza dubbio, l’esperienza botanica più emozionante della mia vita, giunta al culmine di una esperienza di coltivazione durata molti anni, che mi ha visto sicuramente come il primo coltivatore privato ad ottenere questo risultato.
E’ stato per me un traguardo che ancora oggi mi sembra incredibile. A quanto mi risulta, solo pochi orti botanici nel mondo — e pochissimi vivaisti specializzati — sono riusciti a riprodurre questa specie in coltivazione.
Per questo, nel mio piccolo, considero questo risultato un evento eccezionale: una conferma che anche un appassionato, con pazienza e dedizione, può raggiungere traguardi che sembrano riservati solo alle grandi istituzioni scientifiche e ai vivaisti specializzati.
Conclusione :
La Welwitschia mirabilis è una pianta che insegna la perseveranza: cresce lentamente, resiste alle avversità e ripaga chi sa aspettare. Dopo quasi vent’anni di tentativi, fallimenti e nuove speranze, vederla fiorire e produrre semi è stato per me non solo un successo botanico, ma anche una lezione di vita, e soprattutto di costanza e rispetto per i tempi della natura."
"L'autore è un appassionato, botanico amatoriale, dai primi anni ‘90 ha coltivato quasi ogni genere di piante, partendo quasi sempre da seme. Negli ultimi anni ha concentrato la sua passione sulla coltivazione delle Tillandsie, diffondendone la conoscenza. Per questo ha ricevuto il premio “Passione Verde” nell’anno 2012, ed ha pubblicato articoli su riviste botaniche di settore e di giardinaggio." _________________ Lucia |