Si, ogni tanto spunta qualcosa, ma è un fenomeno su cui difficilmente mi sentirei di fare considerazioni generali. Le Cactaceae che si sono moltiplicate spontaneamente almeno una volta sono Notocactus submammulosum, Opuntia humifusa, Gymnocalycium gibbosum, Escobaria missouriensis. Tra le succulente oltre all'Aloe variegata anche Orostachys spinosa, Titanopsis calcarea e ovviamente vari Sedum e Sempervivum.
Questa lista però credo sia in gran parte frutto del caso e non rifletta una qualche adattabilità delle specie: su tutte le specie che ho in aiuola non tutte producono semi e quelle che lo fanno lo fanno in maniera molto diversa tra loro. Inoltre per come è posizionato quel singolo esemplare la dispersione verso micrositi adatti può essere favorita o ostacolata quasi del tutto...
 
Notocactus submammulosum è il campione indiscusso di autopropagazione, ogni anno produce migliaia di semi e a decine nascono intorno alla pianta, nel lapillo crescono lentamente e di solito li tolgo e metto in vaso, ma nei buchi delle rocce si insediano velocemente  
Orostachys spinosa, forse non ne ho mai accennato. Avevo una bella pianta messa sul lapillo vicino a questa crepa. Purtroppo un'estate il sole me l'ha bruciata, fortunatamente aveva appena terminato la fioritura e qualche seme è germinato lì intorno. Solo questo però riparato in profondità resiste da almeno un paio di anni
Questa sicuramente ha il suo potenziale, da due anni ne s-Bologno un buon numero senza neanche doverle seminare ma credo che ormai il mercato sia saturo
Mi spiace ma ho deciso di disconnettermi dai social per ritrovare me stesso e combattere l'alienazione digitale e la dipendenza da social.... . No non è vero, ho perso la password mesi fa' e nel frattempo il mio telefono baracca mi sta lentamente abbandonando. appena trovo un po' di tempo nella mia frenesia analogica sistemo tutto . Grazie della segnalazione sono curioso di vedere quali cactus siano resistenti al clima ucraino. Le anteprime mi sembrano molto interessanti
Buonasera,
Doveroso un aggiornamento, ringraziando chi ha espresso interesse in via privata. Premetto però che l'esperienza mi ha insegnato che alcuni danni possono manifestarsi solo a qualche giorno di distanza.
A partire dagli ultimi giorni dell'anno un periodo di freddo ha interessato anche la mia zona. Per parecchi giorni le minime si sono mantenute intorno ai -7/-8°C, il picco di freddo è arrivato nella mattinata del 7 gennaio con una temperatura minima registrata in aiuola di -9.5°C (dato della stazione Arpa ufficiale di riferimento -8.6°C) che ne fa il valore più basso che ho registrato da quando ho l'aiuola (non secondo l'ufficiale, ma un minimo differenze sono comprensibili). Di giorno le temperature sono comunque sempre riuscite a salire sopra lo 0 con valori compresi tra i +3 e i +6 in un contesto comunque asciutto. Solo la brina che di giorno faticava a sciogliersi si è accumulata di giorno in giorno nei punti in ombra
È stato un bel test per l' aiuola, ma per il momento la conta dei danni sembra accettabile:
Una Echeveria chihuahuaensis completamente congelata e ridotta in poltiglia al successivo disgelo, questa è l'ultima volta che ci provo con le echeverie, nonostante abbia letto e sentito più e più volte che alcune specie sono rustiche l'unica che mi sia mai sopravvissuta è e resta la lilacina.
Abromeitiella brevifolia acquistata come la più resistente delle Bromeliaceae terrestri purtroppo è stata bruciata dal gelo con quasi tutte le rosette sbiancate e le restanti malmesse.
Il Tephrocactus articulatus cv. Black spines di qui già si era parlato: la base sembra solida ma sicuramente l'unico articolo superiore si è congelato e allo scongelamento mantiene un colore e una consistenza che non lasciano molte speranze, procederò a rimuoverlo, ma data la stagione e le condizioni di partenza è un'operazione dall'esito incerto.
In ultimo, per il momento, il primo dei Ferocactus wislizenii che ho messo in aiuola; È una pianta che già ha avuto una storia travagliata con il freddo, anni fa il gelo lo aveva scottato e ne era rimasto molto segnato crescendo da quel momento molto lentamente. Anche lui ha un brutto colorito, c'è ancora speranza ma non troppa visto che temperature meno rigide già lo avevano messo a così dura prova. È bene però notare come il mio secondo wislizenii invece, che avevo scelto con più cura con un numero di campo di una delle località più fredde del suo areale è perfettamente intonso, a dimostrazione che questo è un fattore che può fare davvero la differenza.
Ora bisogna aspettare, altre piante si sono congelate, ma al disgelo hanno riassunto l'aspetto normale. È un fenomeno che ho già osservato in passato e che nella maggior parte dei casi non ha portato conseguenze, ma la maggior intensità e la manifestazione su alcune specie nuove impongono prudenza nel dichiarare lo scampato pericolo. Il freddo è previsto in attenuazione ma, salvo momentanei effetti favonici, durerà fino a metà mese, dopodiché subentreranno correnti atlantiche più miti e a quel punto potremo tirare conclusioni meno provvisorie
Per il momento tutto bene, chubutense, baldianum, bruchii, gibbosum var. nobile, stellatum e vatterii non hanno mostrato il minimo cenno di sofferenza.
Invece spegazzinii mostrava qualche segno di congelamento, ma al risalire della temperatura è tornato assolutamente normale, però è la prima volta che mi capita con lui quindi mi pronuncio con cautela.
Gianna purtroppo l'ho preso pochi anni fa' a un niente giusto per fare una prova e quindi non è una pianta col pedigree. Mi rendo sempre più conto dell'importanza di avere piante con località il più precise possibile ma ogni tanto mi scappa ancora qualche acquisto a caso. Rimedierò se avrò occasione.
Io non mi sbilancio, ma se vuoi dargli un'occhiata tu che te ne intendi è questo qui, appena tirato fuori dal freezer :
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